Quattro chiacchiere con Leonardo Masetti

di | 17 Luglio 2026
Quattro chiacchiere con Leonardo Masetti

Leggere un libro porta, il più delle volte, a farsi alcune domande sulla sua realizzazione, domande che, nel caso del romanzo “Il Signore di Parigi”, io ho avuto la possibilità di girare direttamente a Leonardo Masetti, il suo autore.

Vuoi sapere quali domande gli ho posto e scoprirne le risposte? Buona lettura!


•Il romanzo storico sta vivendo una grandissima stagione di successo. Secondo te, cosa cercano oggi i lettori in storie ambientate in altre epoche? È solo evasione o c’è il desiderio di comprendere meglio il presente?

Secondo il mio punto di vista ad aver contribuito a questa rinascita del genere storico (non solo nei libri ma anche nell’emisfero cinematografico) non c’è soltanto il desidero o la necessità, da parte del lettore o dello spettatore, di scovare e analizzare similitudini, analogie e congetture da riallacciare all’epoca in cui viviamo.

Secondo me c’è, anche e soprattutto, una forte attrattiva a lasciarsi trasportare con spontaneità dal fascino della nostalgia di ere lontane, mai perdute o dimenticate, ma che, anzi, respirano ancora nella nostra quotidianità; basti pensare, ad esempio, alle chiese, ai castelli, alle ville storiche, ai quadri, agli affreschi, ecc.: il ritrovarsi racchiusi all’interno di questa nicchia dorata di storia, di passioni, di conflitti, di intrighi, di bellezze e sofferenze altro non può fare se non indurci a riflettere e, conseguentemente, a spaziare con la mente e sognare.

Personalmente, poi, nonostante tutti i vantaggi di quest’era moderna, non trovandola in alcun modo eclatante, ciò ha fatto nascere in me, sin da piccolo, una certa curiosità sul passato, là, dove vivevano gli eroi. Se, tuttavia, osserviamo attentamente i personaggi del romanzo, sotto certi aspetti, il lettore non potrà non notare la loro ‘modernità’, e questo effetto speciale-per così dire-che li distacca dalla trama accostandoli alle battaglie della nostra era credo possa intrigare ancor di più il lettore.

• Il titolo del libro evoca una forte idea di controllo e potere. Che cosa significa davvero essere il “Signore di Parigi” nel contesto del romanzo? È più un privilegio o una condanna?

“Il Signore di Parigi” era uno dei tanti nomignoli affibbiati a Charles-Henri Sanson (o al boia in generale). Perché? Non ne sono sicuro al 100%, ma, a rigor di logica, siccome una volta emessa la sentenza di condanna a morte, il tribunale passava il condannato nelle mani del boia (anche per eseguire le torture post-sentenza), così facendo la legge secolare si comportava un po’ come Ponzio Pilato: se ne lavava le mani, in poche parole.

Giuridicamente parlando, infatti, il condannato a morte diveniva, in tutto e per tutto, “proprietà” del boia, a cui spettava il compito di eseguire la sentenza: Charles-Henri Sanson era il Signore di Parigi perché solo lui aveva diritto di vita e—specialmente—di morte sui suoi simili! Il suo potere era questo: una volta divenuto sua ‘proprietà’, in poche parole, non avevi scampo.

Questo era il suo potere, cupo e macabro, indubbiamente, ma questo potere, per il protagonista della mia storia (e anche nella realtà) aveva un peso enorme sulla sua coscienza di uomo: lo aveva incastonato, infatti, in un limbo sociale che galleggiava tra la moltitudine onesta e la schiera dei privilegiati, rendendolo un emarginato, un reietto, un uomo temuto e disprezzato da tutti. Sapete che, per esempio, ai banchi dei mercati rionali, non gli era concesso di toccare la mercanzia con le mani, ma solo con un grosso cucchiaio in legno? Se volevi essere il “Signore di Parigi”, questo era il prezzo da pagare.

•Se ti venisse chiesto di realizzare lo spin-off di uno dei personaggi secondari di “Il Signore di Parigi”, quale tra loro avrebbe l’onore?

Domanda molto intrigante, ma molto complicata allo stesso tempo: il mio primo pensiero va, per ovvi motivi, alla cortigiana Liane de Pougy, donna colta e affascinante ma non certo di nobili origini…chissà com’era riuscita a cadere tra le braccia del Marchese di Lambertye e a divenire la sua favorita? E chissà come dev’essere stata la sua vita a Corte prima che i rivoluzionari buttassero tutti fuori a calci! Uhm, già mi lascio trasportare dalla fantasia e, come d’incanto, le immagini appaiono più nitide, più gioiose e festose, piene di intrighi e gelosie…ahi, ahi, ahi, ci risiamo!

•La Parigi di fine Settecento è densa, cupa, in bilico tra Illuminismo e Terrore. Come hai lavorato per rendere la città non un semplice sfondo, ma un personaggio vivo e pulsante all’interno del romanzo?

Ho studiato a fondo mappe, resoconti personali (come quelli di Rousseau), articoli di giornale dell’epoca e, ovviamente, libri e ancora libri.

La Parigi rivoluzionaria non somigliava affatto alla Parigi che tutti conosciamo: quella versione ha cominciato a prendere forma grazie a Napoleone I, continuando ad espandersi per tutto l’ottocento.

La Parigi del 1792 è ancora una città dalle sembianze medievali, con vicoli stretti e tortuosi, sudici e maleodoranti, ma brulicanti di persone indaffarate. Sì, a conti fatti, nonostante i cambiamenti apportati dall’era barocca (l’eliminazione, per esempio, dei vecchi edifici a traliccio, tipici del medioevo, che vennero ricoperti di gesso o la costruzione di spettacolari hôtel particuliers o la nascita di un nuovo quartiere nobile, il Faubourg Saint-Germain), dobbiamo sempre immaginarci una città in preda agli odori, ai rumori, alle grida, al traffico e ai pericoli che tutto ciò comporta. Un quadro, secondo la mia opinione, molto affascinante.

La Rivoluzione, poi, nel tentativo di mettere in atto i principi illuministici, ha reso Parigi—che si è ritrovata invasa da una schiera di politici e filosofi provinciali—ancora più caotica, pericolosa, inquieta e sospettosa: una vera polveriera, insomma, che, una volta fatti fuori i timidi e moderati girondini, è esplosa, seminando ovunque il…Terrore!

•Cosa speri che rimanga impresso nel lettore una volta girata l’ultima pagina del libro?

“Che bella storia! Peccato sia finita. Mi ero già abituato/a a vivere lì, in quella Parigi piena di pericoli e di intrighi, ma pur sempre magica e affascinante…”

Questo, ovviamente, è quello che spero, perché io scrivo, in primis, con l’intenzione di intrattenere, di far viaggiare il lettore con la fantasia, rendendolo parte integrante del quadro che ho disegnato.

Ma, in secondo luogo, ogni romanzo storico, specialmente questo, intriso di fatti realmente accaduti (anche quelli più minuti), dà anche al lettore la possibilità di riflettere. E di elementi ce ne sono tanti!

Leonardo Masetti con il suo romanzo "Il Signore di Parigi"

•Ogni scrittore ha le sue manie o i suoi rituali. Com’è la tua giornata tipo quando sei nel pieno della stesura? Hai bisogno del silenzio assoluto o ti accompagni con una colonna sonora specifica?

Un caro amico mi fece dono d’un libro di Stephen King, intitolato “On Writing”, nel quale egli spiega come è nata la sua passione per la scrittura e quali sono le sue abitudini. A quel tempo, già avevo ultimato la prima stesura del mio primo romanzo.

Senza voler fare paragoni esagerati o altezzosi, nel leggere quel libro ho scoperto che le mie abitudini non si distaccano molto dalle sue: lunghe camminate (che aiutano a riflettere sulla trama o su altri aspetti), scrivere davanti a una scrivania angusta, non perdere troppo tempo a fare ricerche estenuanti (nei romanzi storici, però, le ricerche sono assolutamente necessarie, lui scrive storie che, per lo più, si svolgono in tempi moderni e nel New England, dove lui è cresciuto) che di solito io approfondisco capitolo per capitolo, scrivere con un sottofondo di musica classic rock e cercare in tutti modi di non forzare la stesura: se non te la senti di scrivere o non sei ispirato, meglio lasciar perdere per quel giorno.

Il mio metodo, più o meno è questo. Durante la stesura, poi, mi capita spesso, di ricevere le ispirazioni migliori quando sono…a letto! Prima di addormentarmi, infatti,—non prendetemi per pazzo, mi raccomando!—i protagonisti in un certo senso mi…parlano e mi indicano la strada da seguire: da qui comprendo che la storia non solo è valida, ma che mi ha completamente coinvolto. Per adesso, fortunatamente, non ho fatto la fine dello scrittore di “Shining”…

•Senza svelare troppo, la tua penna rimarrà a esplorare le ombre della storia o senti il bisogno di cambiare radicalmente epoca, genere o stile per la prossima sfida letteraria?

La mia idea è quella di redigere una saga che ha come protagonista la città di Parigi: il mio nuovo manoscritto, infatti, narra una storia (anche questa realmente accaduta) ambientata nel 1680. La trama, ovviamente, è completamente nuova e non ha niente a che vedere con questa che ho appena pubblicato. Il genere, però, è lo stesso: un thriller storico a tinte noir. Meno d’un mese fa, poi, ho terminato la prima stesura d’un nuovo manoscritto: siamo sempre a Parigi, ma, stavolta, alla corte della Regina Maria, quindi, nel 1616. Il genere, stavolta, vira sul genere storico drammatico/avventuroso. ,


Ringrazio Leonardo Masetti per la sua disponibilità e ti invito a lasciare un commento, qui o sui miei social, se anche tu hai domande da porgli o semplicemente per un segno di apprezzamento.

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