
Sei in procinto di leggere “La via delle streghe” di Emanuele Stranieri, perché hai letto la mia recensione qui, o già lo conosci e vuoi saperne qualcosina in più?
Bene! Qui trovi sette domande da me poste all’autore sul romanzo e sulla sua scrittura. Nessuno spoiler.
Buona lettura.
●Il fascino di “La via delle streghe” risiede molto nel legame con il folklore. Qual è stata la leggenda o il mito popolare specifico da cui è partita la scintilla per questo romanzo, e dove o come ne sei venuto a conoscenza?
Era l’ormai lontano 2020 e la mia voglia di esprimermi in un modo nuovo incontrava una naturale curiosità verso il macabro e le radici culturali. Così, un giorno presi la decisione di iniziare a scrivere e capii ben presto che per rendere più realistico il mio racconto, avrei dovuto ispirarmi alle leggende tramandate oralmente tra le viuzze del mio paese natale. Da qui in poi nacquero le mie prime pagine, ispirate esplicitamente da storie di paese come quella del “Puminario”, il lupo mannaro che ho inserito nel romanzo, oppure indirettamente come il continuo rimando agli scheletri, mix tra il classico immaginario da Danse Macabre e la leggenda del “Carro dei Morti”, storia raccontata ai bambini del mio paese, secondo cui di notte tra i vicoli stretti passava una specie di carrozza guidata da uno scheletro e che raccoglieva le anime di coloro che imprudentemente rimanevano fuori casa dopo il tramonto.
Le Magare, invece, le ho scoperte da piccolo facendo delle ricerche con mio fratello; la loro storia – molto più che una leggenda – è rimasta latente nei miei ricordi finché non ho iniziato a documentarmi per scrivere il romanzo. È stato allora che le quattro “streghe” hanno cominciato a prendere vita tra le pagine come mosse da una volontà propria. Voglio essere molto chiaro però: la scelta di scrivere delle Magare è stata puramente di ambientazione; le reali magare della tradizione calabrese non hanno niente a che fare con quelle descritte ne “La via delle streghe”, ma costituiscono un sottostrato culturale in cui ho scelto di non addentrarmi più di tanto. E le mie Magare non sono altro che una gigantesca metafora!
●Se dovessi invitare a cena tre personaggi leggendari o letterari diversi da quelli da te proposti, chi siederebbe attorno al tuo tavolo?
Inviterei certamente Elizabeth Bathory, contessa ungherese del sedicesimo secolo, nota per essere una delle serial killer più prolifiche della storia: si dice che praticasse la magia nera e che fosse solita fare il bagno nel sangue delle ragazze vergini credendo che questo le avrebbe donato la giovinezza eterna; è stata una delle fonti d’ispirazione per le mie streghe. Seduta al mio tavolo, potrebbe raccontarmi cosa ha davvero fatto e cosa invece le leggende hanno aggiunto.
Poi ci sarebbe accanto a me molto probabilmente Roland Deschain, protagonista della saga de “La Torre Nera” di Stephen King, incarnazione contemporaneamente del medievale cavaliere solitario, del pistolero del far-west e dell’eroe del romanticismo. Un personaggio meraviglioso e misterioso, a cui chiederei volentieri di raccontarmi una delle sue avventure inedite. E poi magari con la sua rivoltella potrebbe tenere a bada Elizabeth…
Infine, l’ultimo posto è riservato a una figura leggendaria del mito greco: Orfeo, uno dei personaggi mitologici in cui mi rivedo di più, non solo perché è un cantore, ma perché incarna l’idea che l’arte possa tentare di recuperare ciò che la vita ci ha tolto. È umano perché sbaglia, si volta indietro e perde tutto quello per cui aveva lottato, ma è anche qualcosa di più, perché con il suo canto riesce a plasmare un ponte tra la vita e la morte. Se potessi invitarlo a cena gli chiederei di insegnarmi come si fa a cantare anche dopo aver perso tutto.
●Il paese di Mamuli non si limita a fare da cornice, ma è dotato di un’anima e di una vita autonoma, come un vero e proprio personaggio. Quanto descritto è pura fantasia e quanto ispirato a luoghi reali?
I luoghi de “La via delle streghe”sono fortemente ispirati alla zona del mio paese, Cittanova: sono stati in effetti i boschi, le fiumare e le case diroccate a guidare la mia penna. Anche la citata Via è ispirata a una stradina realmente esistente.
Ricordo che quando ero piccolo ci passavo molto spesso e mi soffermavo a guardare specialmente la finestra di una casa abbandonata: essa era posta in modo che la luce dell’esterno non penetrasse in nessuna ora del giorno e quindi dentro vi era sempre un buio che a me inquietava da morire; quella finestra è diventata l’oblò nero del mio racconto. In questo modo sono rappresentati gran parte dei posti che ho visto durante la mia giovinezza. Però, non so (e forse non voglio) dire quanto di fantasioso ci sia nell’immaginario di Mamuli: tutto il libro gioca sul labile confine tra il reale e il percepito, tanto che spesso non è ben chiaro se certe azioni dei personaggi siano spinte da magia o soltanto dai propri fantasmi interiori.
In tal senso mi verrebbe da rigirare la domanda ai miei lettori: secondo voi quanto di ciò che avete letto è inteso tra le righe e quanto è invece influenzato dal vostro inconscio?
●Alex e Iris tornano nel paese d’origine della madre preparandosi a un nuovo inizio, ma si trovano imbrigliati nelle ombre del passato. Il passato che ritorna è infatti uno dei temi forti all’interno del romanzo: qual è il tuo pensiero a riguardo?”
Il passato è un bagaglio che tutti noi ci portiamo sulle spalle: è fondamentale per sopravvivere, in quanto contiene gli strumenti che ci permettono di affrontare le difficoltà del futuro, è la nostra esperienza; ma esso diventa una zavorra fin troppo pesante molto più spesso di quanto pensiamo. Sta a noi decidere quanto del nostro vissuto ci vogliamo portare dietro, danzando tra la sicurezza e l’ansia, tra il fare e il non fare.
Va detto che è anche relativamente facile andare avanti: il vero problema è quando si deve tornare indietro; si rischia di impantanarsi in una palude da cui è difficile sfuggire. Per Alex e Iris, andare a Mamuli è regredire, tornare in un posto che non solo rappresenta un passato mai abbastanza evoluto, ma che ristagna nel tempo, lì dove il passato non ha bisogno di ritornare, perché regna sovrano da sempre. Il tempo non ha più neanche senso a Mamuli. Infatti, nel romanzo non ci sono riferimenti temporali, se non quelli della settimana: è ambientato genericamente ai giorni nostri, ai giorni di chi legge.
●Il legame fraterno diventa una sorta di scudo contro l’oscurità che li circonda. È un elemento che hai voluto inserire fin dall’inizio, oppure questa dinamica si è sviluppata in modo naturale man mano che la storia prendeva forma?”
Il legame tra Alex, Iris e Leo è il tema positivo principale del romanzo. L’amore tra loro è l’unica vera forza che si contrappone al male di Mamuli, dove tutti si sono arresi, dove persino i genitori distolgono lo sguardo dai maltrattamenti subiti dai figli. Anche i genitori dei protagonisti si abituano molto facilmente a questo, adagiandosi su una egoistica predisposizione. Quindi i ragazzi non possono fare nient’altro che spalleggiarsi a vicenda tentando di divincolarsi dalla tela del ragno.
Questa è stata una scelta molto naturale, influenzata certamente dal mio vissuto, ma in corso d’opera si è rivelata una soluzione interessante per descrivere le forze del bene, in un momento storico in cui l’amore è diventato sempre più rarefatto o banale.

●Esordire con un genere come il dark fantasy e il folk-horror è una scelta ambiziosa. Qual è stata la sfida più grande da superare?
Parto col dire che ho scelto il folk-horror perché – oltre a esserne un fan – è il genere che meglio si presta a descrivere certe dinamiche sociali tipiche dei paesini rurali e lontani dalle grandi città. Era perfetto per raccontare la storia degli Estrani (estranei, per l’appunto), venuti dal Nord per insediarsi in un ambiente che ti guarda costantemente con la coda dell’occhio. È l’essenza del folk: qui non sono ammessi gli altri, qui non è ammesso il cambiamento.
Parlare con la voce di questo genere è stata un’esigenza: non ho mai pensato di scrivere per compiacere un pubblico vasto e variegato, bensì per compiacere prima di tutto me stesso. L’ho fatto con grande passione, superando anche un lungo momento di stallo prima di riscrivere il finale. È stata quella probabilmente la sfida più difficile: ripartire dopo aver fallito il primo tentativo.
L’ambizione è una miscela che dà molta potenza ma rischia di spingerci troppo oltre i nostri stessi valori. È ovvio che arrivare a più gente possibile sia l’obiettivo e raggiungere alti traguardi sia un sogno, ma per me, in fondo, anche solo aver dato vita a questo mio figlio è da considerarsi più di ciò che avrei immaginato.
●Il primo libro è nato nel contesto del tutto particolare del lock down. Ora che la vita è tornata ai suoi ritmi normali, hai scoperto se la scrittura era una risposta a quel momento specifico o se si è insediata in te come un bisogno quotidiano?
Direi che è un misto di queste due cose. Ho sempre sentito il bisogno di esprimermi in modi particolari – suono, scrivo musica, testi e poesie da quando ero appena adolescente – ma in quello specifico periodo storico avevo voglia di trovare un modo nuovo; quindi posso affermare che la nascita del progetto sia dovuta a quel contesto. Non so se mi sarei in ogni caso avvicinato alla scrittura di romanzi in seguito, né posso escludere di trovare in futuro nuove modalità per esprimermi.
Però c’è anche da dire che da quando ho iniziato la stesura de “La via delle streghe”, scrivere è diventato un’abitudine. Quando, prima di completare il finale, mi fermai per qualche mese fu devastante: era come se avessi perso il vero me. Poi, riprendere a scrivere è stato una boccata d’aria fresca. Invece, dopo aver concluso il mio primo romanzo, mi sono cimentato nella creazione di piccoli racconti che, chissà, magari un giorno vedranno la luce come il loro fratello più grande. Concludo svelandovi che Mamuli non è divenuto un paese fantasma e, presto o tardi, nuove vicende verranno ambientate nel paese del Noce.
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