Recensione “Maria Zef” di Paola Drigo

di | 13 Ottobre 2019

INCIPIT:

Erano due donne un carretto ed un cane. Andavano lungo l’argine del fiume, dopo il tramonto, verso una grossa borgata di cui si vedeva appena brillar qualche lume sull’altra sponda.
Il carretto a due ruote, carico di mèstoli, scodelle, càndole e candolini, e di altri oggetti in legno, era trascinato da una delle donne che, attaccata alle stanghe per mezzo d’una cinghia che le passava sotto le ascelle, tirava innanzi animosamente tra le buche e il fango della strada.
Veramente, benchè alta e complessa con larghe spalle di montanara, era ella piuttosto una bambina che una donna, di tredici o quattordici anni appena, con un visotto tondo ed ingenuo, e due begli occhi azzurri dall’espressione infantile.
Pur seguitando a fare bravamente il suo ufficio di cavallo, si voltava di tratto in tratto con visibile ansia a guardare la madre che, fiancheggiando il carretto e posando la mano sulla sponda di esso, faceva l’atto di sospingerlo, ma in realtà vi si appoggiava sopra stancamente, trascinando a fatica i grossi piedi calzati delle scarputis.


TRAMA:

Rimaste orfane dopo la morte della madre Catine,  la quattordicenne Mariute (Marietta) e la piccola Rosute (Rosetta), che abitano sulle montagne della Carnia alla fine degli anni Trenta, vengono dapprima ospitate in un convento di suore, poi accolte nella malga dello zio, Barbe Zef, il quale, mentre la sorellina è ricoverata in ospedale, abusa di Mariute.
Quando Mariute, su decisione dello zio, è costretta ad andar serva presso una famiglia più agiata, capisce che la prossima destinata dell’uomo sarà la sorellina: per evitare il più che probabile incesto, decide di reagire, nel modo più violento possibile.


BIOGRAFIA DELL’AUTRICE:

Scrittrice italiana (Castelfranco Veneto 1876-Padova nel 1938), Paola Drigo fu una voce importante e originale della narrativa italiana ed è riconosciuta dalla critica come la scrittrice veneta più rilevante della prima metà del Novecento.

Pubblicò novelle e elzeviri nei più prestigiosi giornali dell’epoca: La Lettura, Nuova Antologia , L’Illustrazione italiana, Corriere della Sera e altri, raccolti a costituire i tre volumi di racconti della sua bibliografia. È autrice poi di due rilevanti romanzi, editi entrambi nel 1936: Fine d’anno e Maria Zef.

Di Maria Zef sono state realizzate in seguito due trasposizioni cinematografiche.


RECENSIONE:

“…la povertà, la solitudine, l’aspra fatica, le aveva accettate con occhi ridenti ed ingenui, le aveva accettate cantando; «questo», le aveva foggiato improvvisamente un volto duro, spento, l’aveva invecchiata in pochi giorni di molti anni.”

Quando fu dato alle stampe nel 1937, il romanzo fece scalpore per come adombrava un tema scabroso quale l’incesto in situazioni di estremo disagio economico e sociale.

Si rifà alla narrativa provinciale e verista, specie del Fogazzaro e del Verga, nel quale protagonisti sono le figure dei “vinti”, di umili e umiliati dal destino (di solito deboli donne come Mariute).

Diviso in quattro parti, il romanzo presenta a volte canzoni o parole in dialetto friulano, non decifrabili ai tutti.

L’edizione da me scelta, quella pubblicata in ebook dalla casa editrice indipendente Barbara di Fiore editore, presenta note con la traduzione in italiano delle parole meno comprensibili.

La lettura risulta comunque molto coinvolgente, uno squarcio nello stesso tempo poetico e spietato delle dure condizioni di vita del Friuli anteguerra.

Belle sono le descrizioni dell’ambiente e dei protagonisti.

Maria Zef è per me uno dei romanzi classici più sobri e potenti della narrativa femminile italiana, poco conosciuto e non menzionato nelle scuole.

Attuale, quantomai attuale, un grido di orrore contro la violenza. Un grido di condanna contro la violenza sulle donne e la discriminazione, un grido di ribellione al sessismo.


GIUDIZIO:

⭐⭐⭐⭐/5

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